{"id":100262,"date":"2020-05-24T18:51:49","date_gmt":"2020-05-24T16:51:49","guid":{"rendered":"https:\/\/www.divagnoluoghidellamemoria.it\/luoghidellamemoria\/?p=100262"},"modified":"2021-02-03T13:27:10","modified_gmt":"2021-02-03T12:27:10","slug":"renato-scionti-luomo-e-il-personaggio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.divagnoluoghidellamemoria.it\/luoghidellamemoria\/2020\/05\/24\/renato-scionti-luomo-e-il-personaggio\/","title":{"rendered":"Renato Scionti. L\u2019uomo e il personaggio"},"content":{"rendered":"<p>La Fondazione Di Vagno ha ricevuto in dono dalla figlia Beatrice &#8211; con il consenso dei suoi fratelli &#8211; l&#8217;archivio personale e i libri di Renato Scionti, filosofo, docente e parlamentare comunista. Prima di leggere questo ricordo, scritto dalla stessa Beatrice Scionti e da suo marito, dott. Ambrogio Aquilino, vi consigliamo di consultare il breve profilo biografico presente nella nostra basedati archivistica: <a href=\"https:\/\/fondazionedivagno.archiui.com\/entita\/3967-scionti-renato?i=0\">https:\/\/fondazionedivagno.archiui.com\/entita\/3967-scionti-renato?i=0<\/a><\/p>\n<p>Rigoroso e distaccato. Se possano essere considerati sufficienti solo due aggettivi per descrivere una persona, rigoroso e distaccato sarebbero quelli pi\u00f9 significativi per descrivere i tratti salienti di Renato Scionti.<br \/>\n\u00c8 necessario chiarire, innanzitutto, che il suo essere \u201cdistaccato\u201d non ha nulla a che fare con un atteggiamento arrogante o di presunzione di superiorit\u00e0 rispetto agli altri. Era, pi\u00f9 che altro, una sorta di trance intellettuale, per cui l\u2019impressione che dava, in quanti hanno avuto rapporti con lui, era quella di un uomo costantemente assorto nei suoi ragionamenti e nei suoi pensieri, che assorbivano completamente la sua concentrazione e la sua partecipazione agli eventi della vita. Sembrava che fosse un palmo sopra le cose, le emozioni e le persone con cui aveva a che fare.<br \/>\nSignificativa \u00e8 la testimonianza su Scionti, professore di Storia e filosofia, che il prof. Renzo Liberti ha riportato nel libro \u201cCompagni sessanta anni fa al Flacco\u201d. In quella raccolta di saggi, sono raccontati gli anni sessanta del secolo scorso con i ricordi di quanti hanno maturato la propria formazione in quegli anni in quello straordinario Liceo.<br \/>\nRacconta Liberti: \u201cLa cosa che pi\u00f9 mi \u00e8 rimasta impressa, tuttavia, inspiegata fino a pochi anni fa, era il suo sguardo frequentemente lontano, con un atteggiamento di sostanziale assenza dalla realt\u00e0 contingente. Ci\u00f2 emergeva, ad es., dal fatto che egli non sia mai riuscito a memorizzare visivamente alcuno di noi (tranne Luciano Canfora e qualche altro): \u00e8 rimasto memorabile il \u201cte, chi sei tu?\u201d con cui al III liceo continuava all\u2019occorrenza ad appellarci; o dalla scelta di non assegnare mai voto inferiore a 6, anche ad interrogazioni francamente penose, interpretabile sia come suo disinteresse \u201cdi fondo\u201d per l\u2019aspetto formale della valutazione di ciascuno di noi sia come 18 politico ante \u201968. Molte altre prove testimoniavano la sua assenza. C\u2019era, in particolare, il non accorgersi (non badarci?) delle nostre macroscopiche goliardate. Ne ricordo un paio. La volta che, volendo prodursi nella sciocca bravata di inviare segnali di fumo in classe accendendo pezzetti di carta sotto il banco (erano ancora quelli in legno) e facendone uscire il fumo dal foro per il calamaio, Arpaia caus\u00f2 un principio d\u2019incendio, che stoicamente spense a mani nude, soffrendo in silenzio nel divertito sconcerto di tutta la classe: il Prof. non ci fece minimamente caso! Nell\u2019altro episodio, le 3 file di banchi, all\u2019unisono sollevate a turno quando egli le oltrepassava durante la spiegazione, presero ad avvicinarsi alla cattedra un po\u2019 per volta: egli continu\u00f2 imperterrito ad arare su e gi\u00f9 il passaggio che si faceva sempre pi\u00f9 stretto finch\u00e9, divenuto impraticabile, continu\u00f2 imperterrito la lezione camminando assorto dietro la cattedra&#8230;\u201d.<br \/>\nLa sorella Beatrice, che ha condiviso con lui le grandi difficolt\u00e0 degli anni dell\u2019infanzia e dell\u2019adolescenza, nelle sue memorie descriveva Renato, per il suo carattere di studioso schivo, come persona fredda e indifferente alle emozioni. In realt\u00e0 era una persona di grandissima umanit\u00e0 ed essenzialit\u00e0: fu profondamente commosso, ad esempio, dalla notizia che stesse per diventare nonno e non lo turb\u00f2 affatto che la figlia gli stesse comunicando di essere incinta prima del matrimonio (nonostante i pregiudizi del tempo, probabilmente non ci pens\u00f2 neanche per un istante), ma fu sopraffatto dall\u2019emozione e dalla gioia che quella notizia gli stesse procurando. Lui stesso confessa le sue emozioni, quando, alla fine della guerra di Liberazione dal nazifascismo di cui fu tra i protagonisti, fu chiamato a fare il suo primo comizio pubblico in occasione della Festa del 1\u00b0Maggio del 1945: \u201cLa manifestazione si svolse in una Piazza del Duomo, gremita di folla che traboccava anche nelle strade vicine. Erano presenti molti partigiani con il fazzoletto rosso al collo, alcuni ancora armati. Erano presenti anche migliaia di lavoratori che nei giorni precedenti avevano occupato le fabbriche e cittadini di ogni et\u00e0. Numerosissime erano le bandiere rosse, anche vecchie bandiere conservate nella clandestinit\u00e0 e che allora, dopo tanti anni, sventolavano alla luce del sole. I discorsi furono tenuti dal balcone del Broletto vecchio, palazzetto del Comune medioevale che si affaccia sulla piazza, a fianco del Duomo. Dante Gorreri mi chiam\u00f2 in disparte nel Salone del Broletto, per dirmi, improvvisamente, che a nome del P.C.I. avrei dovuto essere io a parlare. Non avevo mai parlato in una piazza. Avevo paura di non essere all\u2019altezza delle attese di quelle decine di migliaia di lavoratori e di cittadini. Cercai di defilarmi, ma Dante, come al solito, era un uomo deciso, \u201cparla\u201d mi disse \u201cparlerai benissimo\u201d. Mi prese per un braccio e mi spinse sul balcone del Broletto. Cos\u00ec improvvisai il mio primo comizio. Parlai per circa dieci minuti rievocando i martiri, i sacrifici della guerra di liberazione nazionale ed il significato che aveva avuto per tutti noi la Resistenza. \u201dNon possiamo limitarci\u201d dissi allora \u201cal ripristino delle libert\u00e0 formali: dobbiamo aprire uno spazio nuovo perch\u00e9 i lavoratori diventino protagonisti del loro destino ed artefici insieme alle altre forze democratiche ed agli intellettuali di un profondo rinnovamento del Paese.\u201d Ed in conclusione ribadii: \u201dOggi si celebra la festa del lavoro ed i lavoratori rinnovano il loro impegno di lotta perch\u00e9 il fascismo non torni pi\u00f9 nel nostro Paese e perch\u00e9 sia costruita una societ\u00e0 pi\u00f9 giusta\u201d. Poche parole e molti applausi. E non poteva essere diversamente in un momento cos\u00ec esaltante e denso di emozioni come fu quel 1\u00b0 maggio 1945.\u201d<br \/>\nSi pu\u00f2 affermare che il suo distacco era una forma di relativismo, abituato com\u2019era a filtrare tutto attraverso l\u2019analisi oggettiva delle cose e la ricerca del significato trascendente delle questioni, anche nelle vicende politiche pi\u00f9 dure e tristi della sua storia. Quando si oppose alla svolta revisionista del \u201csuo\u201d Partito, nel periodo in cui fu eliminato dallo Statuto il richiamo all\u2019ispirazione marxista leninista della linea politica, egli fu osteggiato in maniera astiosa e, in alcuni frangenti, feroce (in perfetto stile staliniano) dallo stesso gruppo dirigente che spingeva per la svolta moderata e per la rottura con la tradizione filo sovietica del PCI, senza alcun rispetto per la storia di Renato e del modo leale e rigoroso con cui sosteneva le sue ragioni di militante comunista. Nonostante tutto, nonostante l\u2019accusa di frazionismo che gli fu lanciata contro (una sorta di anatema per i comunisti), Renato non ha mai provato rancore verso nessuno di quei compagni. Non considerava che ci fosse nulla di personale di cui rammaricarsi, poich\u00e9 il suo pi\u00f9 grande dolore era causato dagli eventi politici che si stavano sviluppando e che lui considerava fossero una tragedia storica per il movimento operaio. Sosteneva, infatti, che privare le classi subalterne di uno strumento di analisi delle dinamiche storiche ed economiche quale era l\u2019ideologia marxista, avrebbe impedito qualsiasi possibilit\u00e0 di definire una strategia per una nuova prospettiva socialista nella societ\u00e0 italiana e di elaborare una efficace politica di contrasto verso l\u2019attacco ai diritti dei lavoratori che si stava sviluppando in tutto il mondo nella nuova fase di ristrutturazione capitalista a seguito della crisi dell\u2019Unione Sovietica.<br \/>\nArgomentava le sue ragioni con un profondo rigore intellettuale, che affascinava i suoi interlocutori e che intimoriva, tuttavia, quanti volessero contrastare le sue posizioni. Ecco la sua seconda caratteristica distintiva. Era rigoroso, in modo scientifico si potrebbe dire. Da questo punto di vista, era decisamente gramsciano. Per lui l\u2019impegno intellettuale significava seriet\u00e0, rigore, moralit\u00e0 in tutti i campi della vita politica e sociale. Nell\u2019analisi politica, per dirla con lo stesso Gramsci, occorreva fare \u201cun lavoro minuzioso con il massimo scrupolo e onest\u00e0 scientifica, occorreva seguire il processo di sviluppo dell\u2019intellettuale pensatore, per ricostruirlo secondo elementi stabili e permanenti, cio\u00e8 che sono stati realmente assunti dall\u2019autore come pensiero proprio\u201d.<br \/>\nRenato possedeva un\u2019immensa libreria ed era difficile immaginare che avesse mai potuto studiare o semplicemente leggere quell\u2019enorme mole di pagine. Se si apriva per\u00f2 qualcuno di quei libri, si trovavano in prima pagina il periodo in cui era stato letto e, nelle pagine interne, annotati sui bordi, gli appunti, le note o i richiami o rinvii ad altri libri. Era abituato a citare, a memoria, a pi\u00e8 di pagina dei documenti che scriveva, le fonti da cui aveva ripreso una considerazione o uno stralcio. Lo storico Federico Chabod, Presidente della commissione d\u2019esame per l\u2019abilitazione all\u2019insegnamento nel 1937, era rimasto molto impressionato dalla minuziosit\u00e0 con la quale il candidato Renato Scionti aveva annotato la bibliografia dei testi citati o dai quali aveva preso spunto per elaborare la sua prova scritta, tanto da attribuirgli una rarissima votazione con lode.<br \/>\nEra in realt\u00e0 rigoroso con se stesso nella vita e nelle abitudini quotidiane. Aveva vissuto un\u2019infanzia complicata, figlio di due agiati figli della borghesia agraria siciliana, caduti in disgrazia per una storia d\u2019amore proibita. La madre morta di tisi all\u2019et\u00e0 di 32 anni ed il padre, studioso di teologia, piuttosto distratto rispetto a lui ed i tre fratelli (di cui due sorelle). Finirono tutti in orfanotrofio e Renato per completare gratuitamente gli studi dalla II alla V ginnasio impar\u00f2 presto quale fosse il \u201crigore\u201d della vita e dovette da subito dedicarsi con il massimo impegno agli studi, che peraltro lui amava, per evitare l\u2019alternativa di essere avviato alle attivit\u00e0 artigiane. Non avrebbe, peraltro , potuto praticarle, poich\u00e9 non ha mai goduto di gran buona salute, tanto da aver trascorso sei anni della sua giovinezza (dal 1931 al 1937)in ospedale ed in sanatorio per la cura della TBC, che era purtroppo patologia diffusa in quegli anni soprattutto tra chi viveva in condizioni disagiate. Per guarire, era stato sottoposto ad una asportazione parziale di un polmone ed a lunghi periodi di terapie mediche: tutto questo lo condizion\u00f2 per tutta la sua vita. Negli ultimi anni sembrava incarnasse un tomo di Patologia medica, per quante complicanze e comorbilit\u00e0 si erano accumulate: tuttavia, a memoria dei suoi familiari, era impressionante la costanza (il rigore etico) con cui ogni mattina, sino agli ultimi giorni della sua esistenza, egli portasse avanti, dalle prime ore del mattino fino a sera, il suo lavoro di studio, di ricerca e di analisi storica per scrivere le sue \u201cNote di vita politica. Tra memoria e storia\u201d. Ogni ricordo doveva essere supportato da riscontri riferiti alla realt\u00e0.<br \/>\nConsiderava che il rigore metodologico nell\u2019analisi e nella proposta politica rappresentasse il prerequisito per conquistare il consenso delle diverse classi sociali per la costruzione della societ\u00e0 pi\u00f9 giusta a cui ha dedicato la sua vita. La \u201cquestione del consenso\u201d era per lui una costante preoccupazione e rappresentava il focus centrale in ogni fase del confronto politico: era per lui un metodo paziente per la costruzione di una consapevolezza profonda, di una condivisione convinta e di una partecipazione razionale per una prospettiva di lunga durata. Odiava il pragmatismo in politica, cio\u00e8 la ricerca del consenso facile basato su improvvisate e demagogiche proposte di breve periodo, condizionate dagli orientamenti, dalle emozioni e dalle mode del momento, per offrire soluzioni a problemi contingenti e non sempre essenziali. Odiava il \u201cnuovismo\u201d, caratteristica che lui attribuiva pi\u00f9 alla pubblicit\u00e0 che al rinnovamento. Odiava la politica rivolta alla pancia e non al cervello della gente.<br \/>\nNon si sarebbe trovato a suo agio in questo periodo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Mola di Bari, sabato 24 settembre 1921. Sono da poco passate le 18,30. 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